Gli agenti della scorta promossi per aver salvato Antoci da un “attentato di stampo mafioso”

20 Giugno 2020 Inchieste/Giudiziaria

La notte tra il 17 e il 18 maggio l’allora presidente del parco di Nebrodi subisce un attentato mafioso: viene salvato dall’azione degli agenti assegnati alla sua scorta. Dopo un’inchiesta della commissione regionale antimafia siciliana che sembra metterne in dubbio la natura dell’attacco e l’operato degli agenti, arriva la promozione per aver sventato un “attentato di stampo mafioso”. La redazione de Le Iene ha seguito tutta questa vicenda con i servizi di Gaetano Pecoraro

Gli agenti della scorta di Giuseppe Antoci, l’ex presidente del parco dei Nebrodi vittima di un attentato la notte tra il 17 e il 18 maggio del 2016, sono stati promossi da assistente capo a vicesovrintendente dal capo della polizia Franco Gabrielli per aver salvato Antoci da un “attentato di stampo mafioso”. Un riconoscimento importantissimo, che sottolinea ancora una volta la natura dell’attacco subìto dall’allora presidente del parco dei Nebrodi. “Mi sembra la giusta risposta a chi ha tentato di delegittimare gli uomini che quella notte mi hanno salvato la vita”, ha commentato a Iene.it lo stesso Giuseppe Antoci.

Nel documento che attesta la promozione dei quattro agenti, si legge: “Evidenziando eccezionali capacità professionali e straordinario senso del dovere, ingaggiava incurante del pericolo un conflitto a fuoco con alcuni malviventi, salvando la vita al presidente dell’ente ‘Parco di Nebrodi’, fatto oggetto di un attentato di stampo mafioso. Chiaro esempio di abnegazione e coraggio”. Firmato, il capo della polizia Franco Gabrielli. Un importantissimo riconoscimento su quanto accaduto quella notte e sulla correttezza e valore delle azioni degli agenti quella notte. Una notte su cui sono state gettate alcune ombre da vari soggetti, finanche dalla commissione regionale antimafia della regione Sicilia guidata dall’onorevole Claudio Fava.

Ma andiamo con ordine: Giuseppe Antoci è stato presidente del parco dei Nebrodi e il suo protocollo di contrasto alla criminalità organizzata ha causato la perdita di un business milionario per la mafia. Per questo in una strada isolata c’è stato un attentato di stampo mafioso ai suoi danni: la macchina blindata e l’intervento tempestivo degli agenti della scorta lo hanno salvato dalle pallottole dei suoi attentatori.

L’anno scorso la Commissione antimafia della regione Sicilia ha aperto un’inchiesta sull’attentato ad Antoci “nello sforzo di chiarire una vicenda che tuttora mostra numerose contraddizioni e zone d’ombra”.  “È come la palla di neve”, aveva detto Antoci nel servizio di Gaetano Pecoraro che potete vedere qui sopra. “Quando parte è piccola e comincia a scendere, poi dentro si infila di tutto: la mafia, chi ha un sentimento di antipatia, la politica. Questa palla cresce e rischia di diventare una valanga”. Una valanga che ha travolto lui, la sua scorta, i poliziotti intervenuti quella notte e persino i magistrati che hanno indagato sull’attentato.

La commissione antimafia siciliana non arriva a una conclusione, ma a tre possibili scenari e tanti dubbi: l’attentato alla vita di Antoci, un atto dimostrativo non destinato a uccidere o una messinscena a sua insaputa. Di queste tre, secondo la commissione, “l’attentato di mafia è la meno plausibile”. Posizione ribadita dal presidente di quella commissione, Claudio Fava. Le indagini della procura di Messina erano arrivate a un’altra conclusione. Anche se non è stato possibile identificare gli autori dell’attentato, nel decreto di archiviazione si legge: “Innegabile che tale gravissimo attentato è stato commesso con modalità tipicamente mafiose e al deliberato scopo di uccidere”.

I punti su cui l’antimafia siciliana sembra sollevare dei dubbi sono questi: l’attentato sarebbe avvenuto su una strada statale, quindi solitamente un tipo di strada molto trafficata; il mancato allertamento delle centrali operative subito dopo l’attacco; il mancato ritrovamento dei bossoli dei colpi esplosi dagli attentatori; l’apparente assenza di una via di fuga sicura degli attentatori, su cui anche la polizia scientifica avrebbe sollevato dubbi; il comportamento degli agenti di scorta, che avrebbero trasferito Antoci su una macchina non blindata subito dopo l’attacco.

Pochi giorni fa la commissione antimafia nazionale si è occupata del caso di Antoci, partendo proprio dal servizio de Le Iene. Lì Il procuratore capo di Messina ha detto: l’attentato ad Antoci “non si può dire che non ci sia stato. Nel provvedimento di archiviazione del giudice questo è confermato in pieno”. Poi, in merito all’attività della commissione regionale presieduta da Fava, aggiunge: “Io tengo sempre separati i campi d’azione dell’attività inquirente, che la costituzione all’articolo 112 attribuisce al pubblico ministero, dalle altre attività d’inchiesta che più che legittimamente la politica fa. I fini sono diversi: il nostro fine è quello di accertare i reati e individuarne i colpevoli”.

Inoltre ha aggiunto: “I fini delle commissioni d’inchiesta, in particolare di quella regionale, citando una sentenza della Corte costituzionale nel 1993, non sono quelli di andare a rifare il lavoro che ha fatto l’attività giudiziaria ma quelli di individuare quali possono essere i suggerimenti per il potere politico e quindi quello legislativo per adottare – e qui parlo appunto della decisione della Corte costituzionale sulla commissione antimafia regionale siciliana – quei rimedi che possono essere offerti alla legislazione siciliana in materia di infiltrazioni”. E poi continua: “I due piani secondo me sono totalmente separati, anche perché i poteri sono diversi: i poteri inquirenti sono quelli che ha l’attività giudiziaria e i pubblici ministeri e che avete voi (riferito alla commissione nazionale antimafia, ndr) in forza però di una legge dello Stato e che non hanno invece altre istituzioni regionali come la commissione regionale antimafia”.

La redazione de le Iene.it ha chiesto un commento su questo al presidente della commissione siciliana antimafia, Claudio Fava, che però ha preferito non commentare quanto detto dal procuratore capo di Messina.

Su quanto avvenuto nella commissione nazionale Gaetano Pecoraro ha detto: “Con la seduta si certificano tre cose. Primo: se la mafia dei Nebrodi in commissione antimafia siciliana veniva inquadrata come una mafia di basso livello (fatta sostanzialmente da quattro pastori), in commissione nazionale viene presentata per quello che è: un centro di interessi molto complesso, che unisce clan di diverse aree geografiche dell’isola. Una delle organizzazioni criminali più pericolose, per la sua capacità accaparrarsi enormi flussi di denaro pubblico (parliamo di miliardi di euro) senza mai dare nell’occhio. Secondo: l’attentato ad Antoci ci fu e questo, anche se ancora non sono stati trovati i colpevoli, è stato provato. Altroché ‘messa in scena’. Terzo. Non esiste alcuno scontro interno all’antimafia. Esiste la procura di Messina che ancora oggi, mentre ne stiamo parlando, indaga sull’attentato. Ed esiste una commissione regionale che – come detto ieri in Senato – impegna il suo tempo in attività che non le sono consentite dalla legge e dalla costituzione Italiana. Una commissione regionale non può rifare le indagini fatte dai giudici, la legge non le dà gli strumenti per farlo. Le domande che mi faccio sono le stesse contenute nelle inchieste fatte nei mesi scorsi: Perché la commissione antimafia Siciliana impiega tempo e risorse (pubbliche, ricordiamocelo) per attività che non le competono? A chi ha giovato sottostimare la mafia dei Nebrodi? A chi ha giovato mettere in dubbio l’attentato ad Antoci? Insomma: cui prodest?”.

E adesso, con la promozione dei quattro agenti per aver salvato Antoci da un “attentato di stampo mafioso”, arriva un’ulteriore conferma di quanto avvenuto davvero quella notte. Dice Antoci a Iene.it: “Si chiude una pagina buia di ‘mascariamenti’: speriamo presto vengano assicurati alla giustizia i mafiosi che quella notte volevano ucciderci”.

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