25 Giugno 2020 Giudiziaria

Antonio Citraro si suicidò in una cella di Gazzi, 19 anni dopo la Cedu condanna l’Italia

Dopo 19 anni dal suicidio in carcere, tra procedimenti penali conclusi con l’assoluzione degli imputati, è giunta la condanna all’Italia da parte della Corte Europea di Strasburgo ( Cedu). Parliamo della morte nel carcere di Gazzi a Messina del detenuto Antonio Citraro, avvenuta il 16 gennaio del 2001. Verso le 19.15 di quel tragico giorno, un agente penitenziario lo trovò appeso con un lenzuolo del letto alla grata della cella. Quando il personale del carcere riuscì a entrare per fornire le prime cure a Citraro, quest’ultimo non reagì, trasportato d’urgenza all’ospedale civile, fu dichiarato morto al suo arrivo.

Esattamente un anno fa la Cedu ha riaperto il caso, dopo un ricorso presentato dall’avvocato di Messina Giovambattista Freni. Antonio Citraro, 31 anni, figlio di un imprenditore messinese e in attesa di giudizio, più volte aveva chiesto di essere trasferito dal carcere di Messina per motivi che non erano stati approfonditi. Dopo le denunce della famiglia il Gup di Messina dispose il rinvio a giudizio per il direttore del carcere, due agenti di custodia e il sanitario del tempo, con le accuse di favoreggiamento, falso per soppressione, omicidio colposo, abuso dei mezzi di correzione e lesioni personali. Il Tribunale e la Corte di Appello pronunziarono sentenza di assoluzione per gli imputati e anche la Cassazione decise di confermare il verdetto. I genitori però non si sono arresi e hanno presentato ricorso ( Causa Citraro e Molino c. Italia) alla Corte Europea per i Diritti dell’uomo. La Cedu, dopo aver verificato i sistemi di tutela dei detenuti nelle carceri italiane, ha condannato lo Stato italiano al risarcimento di 32.900 euro per la violazione dell’elemento materiale dell’articolo 2 della Convenzione. Parliamo del diritto alla vita che obbliga lo Stato non soltanto ad astenersi dal provocare la morte in maniera volontaria e irregolare, ma anche ad adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione. Tale obbligo sussiste, ancora di più, dal momento in cui le Autorità penitenziarie siano a conoscenza di un rischio reale e immediato che la persona detenuta possa attentare alla propria vita.

Nel caso in questione, l’Amministrazione penitenziaria era perfettamente a conoscenza dei disturbi psichici e della gravità della malattia di cui era affetto il detenuto, degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio che aveva posto in essere, dei suoi gesti e pensieri suicidi e dei segnali di malessere fisico o psichico: aveva completamente distrutto la cella, impedendo l’ingresso al personale, e faceva discorsi deliranti e paranoici.

 

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