IL DOCUMENTO SEGRETO: GLI USA RINUNCIARONO A LANCIARE UN CRUISE DA COMISO E LA NATO LITIGÒ SUL NUCLEARE

25 Settembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Di Antonio Mazzeo – L’8 dicembre 1987 l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Reagan e il Capo di Stato sovietico Mikhail Gorbachev firmavano a Washington lo storico trattato INF per eliminare le armi nucleari a medio raggio installate in Europa, compresi i missili da crociera Cruise che l’US Air Force aveva dislocato nella base siciliana di Comiso, Ragusa. Nell’estate 1989 la popolazione della Germania dell’Est si sollevò contro il regime: seguirono repentinamente la caduta del Muro di Berlino e, il 3 ottobre 1990, la riunificazione della Germania, sino al collasso del Patto di Varsavia e della stessa URSS.

Furono anni estremamente complessi in cui si acuirono le frizioni politico-militari pure all’interno dell’Alleanza Atlantica, specie per le contrastanti visioni in tema di utilizzo delle armi nucleari. Ad inasprire gli animi contribuì particolarmente un’esercitazione militare che la NATO svolse dal 24 febbraio al 9 marzo 1989, dopo cioè la firma del trattato INF e solo qualche mese prima dal terremoto che avrebbe modificato le carte geografiche dell’Europa centro-orientale.

Denominata Wintex-Cimex ’89 (Winter Exercise and Civil-Military Exercise), l’esercitazione aveva come fine quello di simulare la risposta alleata in ambito terrestre, navale ed aereo a seguito di un attacco da parte delle forze militari orange (URSS e paesi membri del Patto di Varsavia) contro la Germania Ovest, l’Italia nord-orientale e la Turchia, con tanto di utilizzo di armi nucleari da primo e secondo colpo (bombardieri strategici, sistemi missilistici a medio raggio e obici a corto raggio).

Quelli che dovevano essere dei giochi di guerra di routine (Wintex-Cimex si teneva in Europa sin dalla metà degli anni ’60), generarono tuttavia un conflitto tra alcuni dei principali attori: da una parte Stati Uniti e Gran Bretagna, per nulla preoccupati a ricorrere all’uso massivo del nucleare anche all’interno degli stessi confini NATO; dall’altra la Germania del cancelliere Helmuth Kohl, convinto dell’improcrastinabilità del processo di riunificazione con i cugini dell’Est e dell’insostenibilità di una guerra nucleare “limitata” con la DDR.

A rendere ancora più critiche le relazioni interalleate, le prese di posizione di alcuni paesi nordeuropei sempre meno convinti dell’uso del nucleare o della Turchia, scontenta dell’atteggiamento dei partner europei poco propensi a spendersi a suo favore durante l’aggressione – simulata – delle truppe sovietiche. Fu l’edizione del 1° maggio 1989 del settimanale tedesco Der Spiegel a rivelare al grande pubblico i contorni di una delle crisi più drammatiche vissute in ambito NATO: USA e Regno Unito avevano deciso di sganciare tre testate nucleari in Germania Orientale per contro-arrestare l’avanzata dei carri armati del Patto di Varsavia, più un secondo round con il lancio di armi nucleari tattiche in territorio tedesco occidentale. Queste opzioni non concordate con Bonn, avevano fatto infuriare il cancelliere Helmut Kohl.

L’esercitazione aveva prefigurato uno scenario shock: devastazione del territorio delle due Germanie e di parte dell’Europa centrale e un impressionante numero di morti tra la popolazione civili. Per questo le autorità tedesche avevano abbandonato per protesta il centro di comando di Wintex-Cimex, formalizzando in seguito una richiesta di revisione delle dottrine nucleari NATO sulla risposta flessibile e sell’eventuale uso delle testate a corto raggio sul proprio territorio. Quel che è certo è che l’edizione 1989 fu l’ultima maxi-esercitazione inter-alleata di questo genere poiché gli scenari simulati “erano divenuti sempre più anacronistici e improbabili”, come avrebbe spiegato il Comando NATO nel maggio 1990.

L’Italia e le tre scimmiette. Non vedo, con sento, non parlo…

Le rivelazioni di Der Spiegel sullo scontro vissuto a Bruxelles nell’inverno che precedette il crollo del Muro di Berlino furono riportate in Italia dal Corriere della Sera il 12 maggio 1989 e, il giorno successivo, da la Repubblica. “Una storia vecchia sulla quale non ci sono dichiarazioni da fare”, fu il laconico commento della Farnesina che smentì di “aver battuto i pugni sul tavolo” in sede NATO, come invece era stato riferito dal Corriere. “Ignoriamo chi possa aver fatto ricorso ad una simile immagine”, aggiunse l’ufficio stampa del Ministero degli Affari Esteri.

Due documenti per decenni top secret, rinvenuti nell’archivio personale del sette volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti (al tempo di Wintex-Cimex ministro degli esteri) – archivio donato nel 2007 alla Fondazione “Luigi Sturzo” di Roma – evidenziano un quadro del tutto differente: l’Italia ebbe molto da ridire infatti sulle finalità e i metodi con cui furono condotti i giochi di guerra nucleari e a Washington ci fu persino chi pensò in un primo tempo di utilizzare come arma da first strike i missili Cruise di Comiso.

I due documenti sono consultabili on line nel Wilson Center Digital Archive di New York che ha sviluppato un progetto di ricerca sulla Storia della Guerra Fredda anche in collaborazione con l’Università Roma Tre. Il primo di essi è una lettera (classificata segreta) inviata il 10 marzo 1989 al ministro degli Affari Esteri Andreotti dall’allora Rappresentante permanente d’Italia presso il Consiglio Atlantico, l’ambasciatore messinese Francesco Paolo Fulci (poi segretario generale del CESIS – Comitato per la sicurezza e l’intelligence). “Signor Presidente, l’esercitazione Wintex Cimex ’89, durata 2 settimane, si è conclusa senza la tradizionale comunicazione degli Stati Uniti agli Alleati che il leader del blocco Orange aveva chiesto la pace, costretto a prendere atto che la strategia NATO della deterrenza si era rivelata efficace”, esordiva il diplomatico. “Questa conclusione anomala, al di là della finzione esercitativa, affonda le sue radici in una realtà sospettata da qualche tempo, che la Wintex ha messo a nudo. Se lo scopo della esercitazione era la verifica delle procedure di consultazione interalleata, nella realtà – specie nella fase nucleare – i paesi hanno finito col partecipare al giuoco, adottando atteggiamenti dettati da preoccupazioni politiche reali e contingenti”.

“In altre parole – aggiungeva Francesco Paolo Fulci – la Wintex si è trasformata in una sorta di prova generale del funzionamento della strategia della risposta flessibile, ciò che costituisce una contraddizione in termini: la deterrenza nucleare, infatti, è troppo legata a percezioni del malaugurato momento reale per ammettere ripetizioni in astratto. Anzi, più la deterrenza perde i necessari contorni  di incertezza ed ambiguità, meno diventa credibile”.

La Sicilia come una grande portaerei nucleare.

Nella sua missiva, il rappresentante italiano alla NATO descriveva i problemi e le diffidenze interalleate sorti nel corso dei giochi di guerra, rivelando altresì che era intenzione dei vertici militari, inizialmente, di simulare un attacco in territorio sovietico con i missili nucleari installati in Sicilia. “Il primo punto controverso è sorto allorché è stato ipotizzato di colpire, nel corso del primo uso nucleare, obiettivi sul territorio dell’URSS e non solo in quello dei satelliti”, scriveva Fulci. “In questa circostanza, gli Stati Uniti si sono sottratti a tale onere (ciò che ci ha a nostra volta esentati, essendo stato previsto l’impiego di un Cruise da Comiso…), cui la Gran Bretagna non ha voluto invece rinunziare. A nulla sono valsi gli appelli di alcuni europei per un immediato e più forte segnale di coinvolgimento degli USA, a sottolineare la indissolubilità della sicurezza transatlantica. Washington ha invece accettato di partecipare all’attacco all’URSS con le proprie armi spiegate in Europa solo nel secondo uso (il cosiddetto follow-on)”.

“Il secondo problema è scaturito dalle modalità di impiego delle armi a raggio più corto. Il loro utilizzo era stato previsto dal SACEUR (il Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa, nda), nel secondo uso nucleare, caratterizzato da obiettivi di contrasto militare e non solo di deterrenza. I tedeschi, che avevano già deplorato la collocazione di un numero relativamente elevato di obiettivi sul territorio della Germania Orientale, hanno poi protestato vivamente allorché si sono accorti che lo stesso SACEUR aveva previsto l’impiego di artiglierie nucleari sul territorio della RFG (e – aggiungo – della Turchia). E per sottolineare che il loro disappunto non si limitava alla finzione esercitativa, il governo ha ritirato – a quanto dettoci in via molto confidenziale – il Segretario di Stato alla Difesa che dirigeva  il Centro decisionale di Bonn, affidando la partecipazione tedesca alla parte finale della Wintex solo a funzionari. I tedeschi sono poi riusciti, con un artifizio dell’esercitazione, a far eliminare due obiettivi sul loro territorio. Ciò che ha lasciato scoperta la Turchia il cui Rappresentante Permanente ha presentato una protesta formale, lamentando che, solo nel caso turco, l’opinione del Paese più direttamente coinvolto nell’operazione non sarebbe stata tenuta in debito conto, così come invece prescritto dalle General Political Guidelinesssul nucleare”.

Le tensioni interalleate non si erano poi lenite. “In sostanza, quindi, l’Alleanza ha dovuto constatare quanto sarebbe problematico – nella realtà – l’uso delle armi nucleari corte, specie sul territorio occidentale e della Germania Est”, aggiungeva Francesco Paolo Fulci. “Ciò è stato stigmatizzato senza equivoci dal Rappresentante Permanente americano, che ha denunciato l’atteggiamento europeo come un intrinseco elemento di debolezza della strategia della risposta flessibile. In effetti, la fascia bassa di tale strategia non ha potuto trovare applicazione e vi è chi pensa – americani in testa – che un pezzo dell’attuale dottrina alleata sia andato perduto, con conseguenze non facilmente prevedibili, almeno sin quando permarranno gli attuali equilibri convenzionali in Europa”.

Dulcis in fundo le timide aspirazioni di denuclearizzazione manifestate da alcuni paesi NATO del nord Europa. “La Norvegia non ha comunicato alcuna disponibilità ad ospitare, nemmeno in tempo di guerra, armi nucleari e la Danimarca lo ha fatto solo tardivamente, in relazione al secondo uso”, riferiva l’ambasciatore messinese. “Ciò accresce gli interrogativi sulla solidarietà effettiva che verrebbe da questi Alleati – sempre in prima linea quando si tratta di ottenere vantaggi e posti – in caso di malaugurata necessità. Il collega danese ha ritenuto peraltro di rendermi vista per chiarire la posizione del suo governo ed assicurare che – in caso di ostilità – la Danimarca parteciperebbe pienamente alla difesa comune. Ho ritenuto opportuno, Signor Presidente, metterLa personalmente al corrente di queste valutazioni dato l’evidente travaso tra finzione e realtà, e vista la morale che se ne può trarre in una materia in cui – come ha ricordato a fine esercitazione Woerner (Manfred Hermann Woerner, segretario generale della NATO dal 1988 al 1994, nda) – l’ultima parola spetterebbe sempre comunque alle Potenze nucleari”.

Il fallimento delle farneticanti dottrine nucleari NATO

Il secondo documento, molto più lungo, rinvenuto nell’archivio digitale del Wilson Center di New York, è la nota prodotta il 2 maggio 1989 dalla Direzione Generale degli Affari Politici – Ufficio 4 NATO del Ministero degli Affari esteri, titolo L’Esercitazione Wintex-Cimex ’89 nei suoi aspetti nucleari: andamento, peculiarità ed implicazioni, classificata “riservatissimo”.

“Come d’uso i competenti organi collegiali della NATO produrranno, nelle prossime settimane, una Relazione che farà il punto sull’andamento complessivo dell’esercitazione e sugli ammaestramenti da trarne”, esordiva l’estensore. “Nel frattempo, non sono mancate occasioni per scambi di vedute e riflessioni a caldo, tanto in sede nazionale che interalleata (con specifico riferimento alle tematiche nucleari), che consentono di formulare un certo numero di osservazioni su taluni significativi risvolti ed implicazioni politico-militari che hanno caratterizzato l’esercitazione in parola”.

“Wintex-Climex si svolge regolarmente ogni due anni, con una durata di circa due settimane, sulla scorta di un complesso scenario di crisi politica e bellica la cui caratteristica fondamentale non consiste tanto nella verosimiglianza, quanto piuttosto della possibilità che, sulla scorta di siffatto schema, posa essere sperimentata e verificata la vasta gamma di delicate e complesse procedure operative e consultive interatlantiche – di natura politica e militare – che l’Alleanza sarebbe indotta ad applicare nella malaugurata ipotesi di un conflitto, conseguente all’avvenuta aggressione di uno o più Paesi membri della NATO da parte di forze nemiche. Va in proposito chiarito che lo scenario dell’esercitazione è di natura estremamente rigida, nel senso che quasi tutto è dettagliatamente predisposto, e che i margini lasciati al cosiddetto giuoco libero di iniziativa dei partecipanti risultano particolarmente ristretti, come è normale che avvenga nel contesto di un’esercitazione che persegua mere finalità di ampia sperimentazione degli aspetti procedurali di un conflitto. In particolare, ciò vale anche per la fase di consultazione nucleare, ove il ricorso al primo, nonché al secondo impiego dell’arma nucleare, era stato predeterminato dai paesi membri in sede di definizione del cosiddetto concetto nucleare da sperimentare proceduralmente in occasione della Wintex ’89. Ne consegue che la possibilità di dissensi non potevano che riferirsi alle specifiche modalità secondo cui le istanze militari proponevano che venisse data di volta in volta concreta applicazione alle ipotesi di massima già predisposte all’unanimità dai Paesi membri”.

Tra gli alleati del Patto Atlantico, il passaggio dal mero gioco di ruolo – comunque irresponsabile dato che in ballo c’erano le stesse possibilità di sopravvivenza del pianeta – al vivere una situazione reale, diveniva consequenziale sino a sfociare nel dramma. “A rendere più visibile e marcata questa tendenza ha anche contribuito nel corso degli ultimi anni – e più particolarmente nell’edizione ’89 della Wintex – il fatto che, a dispetto del carattere altamente riservato in cui essa viene di volta in volta predisposta e giuocata, le fughe di notizie sui suoi contenuti e svolgimenti sono andate facendosi sempre più frequenti, ampie e sistematiche, con il risultato di far spesso apparire sulla stampa internazionale anche il dettaglio dei più delicati aspetti dell’esercitazione”, prosegue la nota della Direzione generale del MAE. “La Wintex ha quindi finito per vedersi attribuiti significati e funzioni radicalmente diversi da quelli, di natura meramente sperimentale e procedurale, per i quali è stata sin dalle origini esclusivamente concepita”.

“La tendenziale confusione tra finzione e realtà è quindi andata crescentemente affermandosi nelle scelte e negli atteggiamenti di molti Governi alleati impegnati nell’esercitazione, raggiungendo nel 1989 un carattere di quasi completa identità, specie nella fase di consultazione nucleare interalleata che ha preceduto le scelte sulle modalità del ricorso all’arma atomica da parte della NATO; scelte che – va peraltro ricordato – lasciano sempre e comunque l’ultima parola alle sole Potenze nucleari. Una prima dimostrazione di siffatto, evidente travaso tra finzione e realtà, si  è avuta allorché è stato ipotizzato dal SACEUR di colpire – nel quadro di un primo ricorso all’uso nucleare – obiettivi situati sul territorio dell’URSS oltreché su quello di Paesi satelliti. In quella circostanza, gli Stati Uniti si sono sottratti a tale onere (ciò che, del resto, ha fatto venir meno la prevista utilizzazione di un missile americano Cruise basato a Comiso), mentre la Gran Bretagna non ha rinunciato ad utilizzare un proprio sistema nucleare. A nulla sono valsi gli appelli di alcuni europei per un immediato e più forte segnale politico, di diretto impiego nucleare degli USA nei confronti del Paese primo responsabile dell’aggressione, onde meglio sottolineare la indissolubilità del legame di sicurezza transatlantico. Washington non ha accettato di partecipare all’attacco sull’URSS con le proprie armi spiegate in Europa in occasione del primo impiego, giudicando tale ipotesi troppo escalatoria nella circostanza”.

Nella sua nota al governo, l’ufficio NATO della Farnesina forniva altri particolari inediti sui war games nucleari di fine inverno 1989. “Una seconda e più significativa dimostrazione si è avuta, in prossimità della conclusione dell’esercitazione, in sede di consultazione sull’ipotesi di un secondo ricorsoalleato all’impiego dell’arma nucleare”, specificava l’estensore. “Un’ipotesi, anche questa, sempre contemplata a scopo procedurale, nel presupposto che il precedente primo impiego, effettuato in chiave selettiva su obiettivi militari esclusivamente situati su territori del Patto di Varsavia, non avesse ottenuto l’effetto auspicato, cioè quello di convincere l’aggressore della ferma determinazione atlantica a salvaguardare la propria integrità territoriale facendo persino ricorso all’arma nucleare ed induce dolo, perciò, a cessare l’aggressione e a ritirarsi”.

“Tale fase di consultazione nucleare sull’ipotesi di secondo impiego si è basata sulle pertinenti richieste del SACEUR, caratterizzate da un duplice aspetto:  da un lato, una naturale accentuazione quantitativa – pur sempre selettiva – nell’impiego nucleare sui territori del Patto di Varsavia, allo scopo di inviare, in chiave militare, un più incisivo messaggio politico sulla determinazione atlantica a scalare ulteriormente, nel ricorso al nucleare, qualora l’aggressione non venisse a cessare (a tale riguardo, va ricordato che i tedeschi hanno vivamente deplorato la collocazione di un numero relativamente alto di obiettivi sul territorio dei fratelli separati della Germania orientale); dall’altro lato, un ricorso anche all’impiego di armi nucleari tattiche, nei confronti delle unità mobili nemiche di primo e secondo scaglione, nell’intento di bloccarne l’ormai incontenibile avanzata, sia in prossimità che all’interno dei territori alleati oggetto dell’aggressione. A tale ultimo riguardo, la consultazione nucleare alleata è stata perciò confrontata anche alla richiesta del SACEUR di sperimentare le procedure relative ad un sia pur limitato impiego di armi nucleari tattiche (artiglieria) sul territorio stesso di due Paesi alleati già invasi (la RFG e la Turchia), in omaggio all’esigenza di impiegare il nucleare con finalità, oltreché di deterrenza, anche di diretto contrasto militare”.

Strategia barbaramente cinica quella dei vertici militari dell’Alleanza: testare l’olocausto nel cuore d’Europa pur di rallentare l’avanzata dei tank nemici e non individuare processi politico-diplomatici alternativi e sostenibili. “A tale prima ipotesi la RFG si è strenuamente opposta, ottenendo per parte sua una revisione della richiesta del SACEUR in virtù di un artificio palesemente sollecitato da Bonn, ovvero l’improvviso reperimento di forze di riserva, da opporre efficacemente al nemico senza il ricorso alle artiglierie nucleari”, aggiungeva la Farnesina. “Per ottenere tale risultato, e sottolineare che il proprio disappunto non si limitava alla finzione esercitativa, Bonn ha addirittura ritirato dalla direzione del Centro Decisionale Nazionale dell’esercitazione il proprio Segretario di Stato alla Difesa, affidando a soli funzionari la partecipazione tedesca alla parte finale della Wintex. Per parte sua la Turchia, oltre ad opporsi al pari della RFG alla richiesta avanzata dal SACEUR, ha formalmente protestato, successivamente all’esercitazione, per il fatto che, in contrasto con il dettato delle Direttive Politiche Generalisull’impiego nucleare, secondo cui va tenuta in debito conto l’opinione del Paese più direttamente coinvolto, l’ipotesi di impiego nucleare sul territorio turco fosse stata mantenuta, allorché tale sorte era stata invece risparmiata alla RFG. In buona sostanza, l’Alleanza ha soprattutto constatato, attraverso la Wintex ’89, quanto sarebbe problematico, nella realtà, il ricorso all’impiego delle armi nucleari di corta portata (SNF), specie se utilizzate contro obiettivi posti nel territorio della RFG o della RDT. Ciò è stato stigmatizzato da parte degli USA, che hanno denunciato in siffatto atteggiamento europeo un intrinseco elemento di debolezza alla risposta flessibile”.

“D’altro canto, questa situazione serve anche a spiegare emblematicamente per qual motivo la RFG persegua con il ben noto accanimento il duplice  motivo: della negoziabilità delle SFN, onde ridurne il numero e, perciò, le probabilità di un loro ipotetico impiego sul proprio territorio o su quello della RDT in caso di conflitto; del massimo allungamento consentito nella gittata di quelle residue che dovessero essere modernizzate (la terza opzione zero è pregiudizialmente rifiutata da tutta l’Alleanza), onde creare i presupposti per uno scavalcamento dei territori tedeschi, nella pur remota ipotesi di un impiego delle SFN in conflitto (…) Non a caso, la Wintex ’89 si è conclusa senza la tradizionale comunicazione degli Stati Uniti agli alleati, secondo cui il leader del blocco aggressore aveva chiesto la pace, costretto a prendere atto che la strategia atlantica della deterrenza si era rivelata efficace. Tale anomala conclusione, al di là della finzione esercitativa, è stato il riflesso dei dubbi e delle diffidenze che serpeggiano ormai tra alleati attorno alla credibilità della strategia della risposta flessibile…”.

By by Cruise…

Wintex ’89, dunque, aveva sancito il totale fallimento delle dottrine nucleari su cui si erano formati per decenni gli strateghi – dottor Stranamore della NATO e che avevano comportato l’investimento di ingentissime risorse finanziarie per riempire gli arsenali di armi capaci di distruggere per venti volte il pianeta. Alla perdita di credibilità di una guerra atomica “limitata” e localizzata in Europa centro-orientale, aveva contribuito certamente il diverso quadro geo-politico globale post Trattato INF del 1987 e il graduale miglioramento delle relazioni USA-URSS.

Sia Francesco Paolo Fulci e l’Ufficio NATO della Direzione generale del MAE rivelavano come nonostante i piani pre-fissati, Washington aveva deciso di rinunciare al first strike contro un obiettivo sovietico con un missile Cruise di Comiso. Ciononostante la Sicilia ebbe un ruolo chiave per lo svolgimento di Wintex-Cimex: il report sulle attività annuali 1989 (classificato confidenziale e desecretato il 28 aprile 2000) del Comandante dell’Helicopter Combat Support Squadron Four, David Smania, documentava che le unità dello squadrone di US Navy di stanza a NAS Sigonella erano state trasferite il 24 febbraio 1989 nella base di Araxos (Grecia) per “supportare l’esercitazione Wintex-Cimex”. Le stesse unità venivano dislocate dal 28 febbraio all’1 marzo nella grande base aeronave di Souda Bay (Creta) e dall’1 all’11 marzo ad Antalaya in Turchia.

Destino vuole che il successivo 11 e 12 maggio, lo squadrone elicotteri di US Navy s’incaricasse di trasportare da Sigonella a Comiso i 58 membri del team di ispettori del Trattato INF di nazionalità sovietica, italiana e statunitense. Il 21 e 22 settembre 1989, a Comiso si svolgeva una nuova attività ispettiva del team internazionale. L’ultima batteria dei famigerati missili a capacità nucleare verrà rimossa dall’Isola il 26 marzo 1991.

 

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