Il sequestro di beni a Nino Giordano. “Bloccati” 6 milioni e mezzo di euro sui conti della Meridional srl

10 Ottobre 2020 Senza categoria

Il gip a un certo punto del suo ragionamento la definisce «una mera scatola vuota». Era la Meridional srl dei fratelli Giordano, Nino al 90% e Giacomo al 10%, noti costruttori messinesi. Secondo l’indagine economico-finanziaria della Guardia di Finanza negli anni scorsi l’impresa è stata progressivamente svuotata con una cessione fittizia ad un’altra azienda, dopo aver accumulato un contenzioso con l’Erario di quindici milioni di euro, e quindi un’evasione fiscale. Questo per renderla insolvibile.

Ecco il punto centrale del sequestro di beni per 6 milioni e mezzo di euro che il gip Tiziana Leanza ha disposto su richiesta della procura, a conclusione di un’inchiesta che vede tre iscritti nel registro degli indagati. Si tratta di «un vorticoso giro di trasferimenti finanziari» realizzato anche con l’impiego di una cosiddetta “testa di legno”, tra le varie società che costituiscono un importante gruppo, con al vertice il noto imprenditore messinese 52enne Antonino Giordano, e poi il fratello 49enne Giacomo Giordano, già coinvolti in passato nell’inchiesta “Tekno”. Il terzo indagato, la cosiddetta “testa di legno”, risponde al nome di Vito Ladik, 62 anni, originario di Matera, già coinvolto come prestanome dell’imprenditore originario di Piraino, Pietro Tindaro Mollica.

Il sequestro preventivo di beni è stato disposto in prima battuta a carico della Meridional srl «fino alla concorrente somma di euro 6.554.626», e in subordine sui patrimoni privati dei tre indagati.

Secondo la procura e la Guardia di Finanza si tratta di una maxi frode fiscale che ha permesso ad Antonino Giordano di evadere complessivamente oltre 15 milioni di euro tra Iva, imposte sui redditi, sanzioni e interessi.

L’attività investigativa degli specialisti del Nucleo di polizia economico-finanziaria ha consentito di acquisire una serie di elementi indiziari sulla frode fiscale, che sarebbe stata orchestrata avvalendosi di ben 13 aziende, alcune con sede a Messina e altre solo formalmente dislocate sull’intero territorio nazionale. Un gruppo che da anni opera in parecchi settori commerciali: edilizia, pulizie, trasporti, alberghiero, ristorazione e grande distribuzione. In concreto i finanzieri hanno effettuato un’analisi comparata dei flussi bancari e della documentazione amministrativo-contabile della società madre e delle imprese satellite, dove confluivano le risorse finanziarie dirottate. Secondo l’ipotesi investigativa sarebbe stato attuato un «complesso schema ideato per frodare le casse dell’Erario».

Il sistema prevedeva il trasferimento di ingenti somme di denaro intercompany dai conti correnti della società debitrice del fisco – peraltro, all’epoca, titolare di un appalto da 13 milioni di euro con un importante ospedale del Nord Italia, il San Matteo di Pavia, per il servizio di pulizia e sanificazione -, ai conti correnti delle altre società del gruppo. E così venivano completamente svuotate le casse e risultava “azzerata” la solidità finanziaria.

Ma c’è di più. Secondo i finanzieri il ramo d’azienda che si stava occupando dell’appalto ospedaliero è stato oggetto di cessione ad una nuova società, sempre riconducibile allo stesso gruppo, ma per la cifra irrisoria di 20mila euro (dalla Meridional srl alla Meridional Service srl, subentrante come amministratore unico Ladik). Fatti “sparire” quindi i soldi e un ramo d’azienda particolarmente redditizio, la procedura di riscossione coattiva per i debiti accumulati con il fisco è stata definitivamente compromessa.

Scrive il gip Leanza che «… gli accertamenti compiuti dalla polizia giudiziaria e compendiati nelle informative in atti evidenziavano un’ingente esposizione debitoria verso l’Erario da parte della Meridional srl che risultava gravata da debiti tributari riferibili a iscrizioni a ruolo e avvisi di accertamento, per un importo complessivo di euro 5.309.860,25 al mese di aprile 2013 e lievitato fino ad euro 15.613,592, in ragione anche di sanzioni e interessi per debiti pregressi, all’ultima verifica del novembre 2017. La società era, quindi, esposta al concreto rischio di una procedura di riscossione coattiva che ne avrebbe intaccato il patrimonio. È di plastica evidenza – aggiunge quindi il gip -, come la strategia descritta nelle pagine che precedono (il trasferimento dell’azienda, n.d.r.) – cui tutti gli indagati hanno preso parte avvicendandosi nella gestione della società -, volta a distrarre in rapida successione il capitale della società trasferendolo a soggetti solo formalmente terzi, sì da lasciare residuare una mera scatola vuota, consentiva ai Giordano di frustrare il recupero coattivo del credito erariale».

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