24 Maggio 2021 Cultura

Roberto Di Bella: il giudice messinese che combatte la ‘ndrangheta con un’arma: essere “Liberi di scegliere”

Una testimonianza intensa, emozionante. Un dialogo che ha aperto una finestra su realtà forse troppo poco conosciute, ma che meritano attenzione, impegno civico e sociale, coraggio. Il protagonista: il giudice Roberto Di Bella. Messinese, felice e orgoglioso di poter raccontare nella sua città la storia di un percorso umano e professionale che ha cambiato la vita di tanti giovani che grazie a lui hanno avuto una possibilità di salvezza. E’ stato prima giudice e poi, dal 2011, presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria. Per venticinque anni si è occupato dei minori dei paesi reggini in cui la ‘ndrangheta segna la vita di famiglie, bambini, ragazzi. Adesso il suo lavoro continua a Catania. L’incontro con il giudice Di Bella si è svolto sabato pomeriggio, nella chiesa di Santa Maria Alemanna. Il primo appuntamento in presenza della rassegna “Alemanna. Storie di Cultura”, promosso dal centro multisperimentale Progetto Suono. 

Nell’ambito degli “Incontri d’autore”, realizzati in collaborazione con la Feltrinelli Point di Messina, questo quinto evento ha acceso i riflettori sulla cultura della legalità, sull’importanza di parlare ai giovani di giustizia, valori veri, possibilità, futuro, contro le barriere di silenzio e paura. Tutto questo ha un nome: “Liberi di scegliere”. E’ un progetto che oggi è diventato un protocollo governativo e ha permesso a decine di giovani e alle loro famiglie di sperimentare nuovi orizzonti di vita. E’ anche un libro che racconta come un timido ragazzo nato e cresciuto al riparo di una normale famiglia della borghesia messinese sia riuscito a fare della sua professione di giudice una vera missione. Ed è anche un fil prodotto da Rai Fiction e Bibi film. «A Reggio Calabria ci sono finito in maniera casuale, avevo vinto il concorso in Magistratura e non volevo allontanarmi da Messina. Erano gli anni ‘90, gli anni delle stragi di mafia, tutti i miei colleghi sceglievano le Procure siciliane per combattere in prima linea la guerra alla mafia. Io, con la mia scelta, pensavo di andare al riparo dalla guerra e mi sentivo in colpa. Presto però ho dovuto imparare cosa significasse ‘ndrangheta. Mi sono trovato a giudicare prima i padri e poi i figli. Sempre gli stessi nomi. Migliaia di ragazzi che avevano ancora una luce nello sguardo per aspirare ad una vita diversa, ma che non avevano avuto nessuna possibilità. Mi sono interrogato sul mio lavoro. I primi anni di carriera mi preoccupavo solo di garantire un giusto processo. Poi ho capito che non bastava».

Di Bella racconta del primo allontanamento da casa e dalla Calabria di un ragazzo che poteva essere salvato. Voleva mandarlo il più lontano possibile, ma solo Messina aveva un posto per accoglierlo. Fu affidato ad un’altra grande protagonista di questa storia, anche lei messinese. Si tratta di Maria Baronello, Funzionario di servizio sociale dell’USSM di Messina.

Il suo ruolo a Messina fu determinante. Una strada complessa, che attirò non pochi attacchi. Il giudice Di Bella ha deciso di non fermarsi perché quei ragazzi che odiavano lo Stato dovevano essere strappati da un futuro di carcere o morte. Oltre sessanta quelli che hanno avuto la libertà di poter scegliere. Pian piano anche le madri hanno iniziato a chiedere aiuto. Mogli e madri di famiglie di ‘ndrangheta hanno avuto il coraggio di affidarsi per sperare di non vedere un altro dei loro figli in galera o morto ammazzato. Ad aprire l’incontro Salvo Trimarchi, libraio della Feltrinelli di Messina. In prima fila il Prefetto di Messina, Cosima Di Stani, che era Prefetto di Reggio Calabria quando “Liberi di scegliere” diventava un protocollo governativo.

A tenere le fila Ketty De Gregorio, psicologa forense presso il Tribunale per i Minori di Reggio Calabria e di Messina. «Il giudice Di Bella è riuscito ad avviare un processo di umanizzazione e sensibilizzazione. Ha fatto capire che lo Stato c’è ed è presente. Nelle famiglie di ‘ndrangheta i ragazzi nascono in un contesto in cui c’è un pensiero già pensato, in una famiglia satura in cui non c’è possibilità di creare un’identità personale. La mafia non si sceglie».

Toccante anche la testimonianza di Maria Baronello: «Il valore nuovo è stato la collaborazione degli attori coinvolti. Abbiamo investito sulle relazioni, sulla compassione e la vicinanza, abbiamo aperto spazi in cui il pregiudizio non esisteva. Abbiamo guardato le persone con altri occhi. Siamo funzionari dello Stato e siamo stati espressione di uno Stato accogliente». Anche in questo momento Messina continua ad accogliere ragazzi “liberi di scegliere. Una regione martoriata come la Sicilia che è riuscita ad aiutare un’altra regione martoriata come la Calabria.