IL VESCOVO DEGLI SCANDALI E IL BRINDISI CON CATENO DE LUCA

7 Ottobre 2019 Inchieste/Giudiziaria

Una domenica sera tra i fedeli della parrocchia San Nicola di Bari di San Filippo Superiore, assieme al parroco, padre Danilo Amato e al più noto monsignor Francesco Miccichè. Il sindaco Cateno De Luca, con il suo solito post-diario, ha voluto rendere partecipe tutta la comunità di Facebook che lo segue quotidianamente del momento di festa trascorso ieri a San Filippo Superiore. Due torte, lo spumante da stappare e una piccola rappresentanza di devoti ad applaudire.

Peccato che nel suo breve post il sindaco dimentica di ricordare chi è monsignor Miccichè, molto noto a Messina ma anche alle cronache nazionali. Non bisogna infatti essere un cronista giudiziario per saper i trascorsi dell’ex vescovo ausiliare di Messina, Lipari e Santa Lucia del Mela (dei vescovi Cannavò e Marra) e successivamente vescovo di Trapani, come successore di un messinese, il vescovo salesiano Domenico Amoroso.

I (TANTI) GUAI GIUDIZIARI

Iniziano nel giugno del 2011 i guai giudiziari di monsignor Miccichè, quando la Santa Sede invia un’ispezione del vescovo Domenico Mogavero per verificare la regolarità della sua azione nella diocesi, in particolare riguardo a due fondazioni legate alla diocesi, a seguito della denuncia di un suo stretto collaboratore, l’arciprete di Alcamo Ninni Treppiedi, poi sospeso a divinis. Nello stesso tempo la procura di Trapani apre delle indagini dalle quali Miccichè risulta “parte lesa” mentre 13 persone vengono iscritte nel registro degli indagati per vari reati tra cui frode, calunnia, appropriazione indebita e stalking.

Il 19 maggio 2012 viene rimosso dal Papa dalla cura pastorale della diocesi di Trapani. In una lettera indirizzata ai fedeli della diocesi dichiara di accettare, ma di non condividere e non comprendere il “provvedimento estremo” che la Santa Sede ha assunto nei suoi confronti affermando di essere vittima di un complotto. Nei giorni precedenti il sollevamento, alla Santa Sede era pervenuta una richiesta di rogatoria dalla procura di Trapani per conti allo Ior del prete sospeso a divinis Ninni Treppiedi.

Nel 2015 la procura del tribunale di Trapani lo indaga con l’accusa di appropriazione indebita e malversazione per un ammanco di due milioni di euro di fondi dell’8 per mille destinati alla sua diocesi e di diffamazione e calunnia nei confronti del suo ex economo. Nel dicembre dello stesso anno la seconda sezione penale della Cassazione conferma il sequestro da parte della Guardia di finanza di opere d’arte, quadri, crocifissi e gioielli per quasi due milioni di euro trovati nella villa del vescovo e provenienti da diverse chiese di Trapani.

Più gli inquirenti scavano nella vita di Francesco Micciché, più l’inchiesta nata dagli ammanchi alla Curia di Trapani prende strade impreviste e imprevedibili: dagli affari immobiliari alla truffa dell’otto per mille, dall’appropriazione di tesori della Chiesa trapanese alla pedopornografia. La più scabrosa delle ipotesi di reato a carico dell’ex vescovo di Trapani emerge dall’esame del pc che gli investigatori sequestrano nella villa di Monreale dove l’ex vescovo, rimosso dal Vaticano dopo lo scandalo che ha travolto la Curia di trapani, risiede insieme alla sorella e al cognato.

Nel portatile del sacerdote gli esperti informatici che erano a caccia di documenti che potessero sostenere le accuse nei confronti di Micciché, indagato per appropriazione indebita dalla Procura di Trapani, hanno trovato un vero e proprio album fotografico che ritrae in pose inequivocabili dei minori, alcuni molto piccoli.

Dal computer di Micciché sono venuti fuori altri interessanti spunti di indagine che, al di là della eventuale configurazione di altri reati, servono a disegnare un quadro sempre più complesso che fa da sfondo agli “affari” di Francesco Micciché che – secondo l’impianto accusatorio – avrebbe messo da parte un ingente patrimonio appropriandosi dei fondi dell’8 per mille e gestendo, grazie ai suoi buoni agganci con il mondo della politica, dell’imprenditoria e della burocrazia, diversi business portati avanti da un sistema di cooperative che ruotava attorno alla Caritas diocesana e dalla Fondazione Auxilium.

All’esame degli inquirenti c’è una nutrita corrispondenza con la quale Micciché avrebbe caldeggiato l’assunzione in vari enti, imprese e società di alcune persone a lui vicine. Tra i personaggi noti ai quali Micciché raccomandava i suoi protetti anche Rino Lo Nigro, ex direttore dell’Agenzia per l’impiego poi finito nello scandalo Ciapi insieme a Faustino Giacchetto. Nel marzo del 2017 l’indagine – che si è intrecciata con altre inchieste sulla gestione dei centri di accoglienza per gli immigrati da parte di un insieme di cooperative e associazioni che fanno capo alla Caritas e con la mega inchiesta sulla massoneria – con le pesanti accuse di appropriazione indebita e malversazione è stata chiusa. A Miccichè viene contestata anche la diffamazione e calunnia – reati per i quali c’è una richiesta di rinvio a giudizio – nei confronti di un altro sacerdote, don Antonino Treppiedi, che in un primo tempo era stato indicato dal vescovo come il responsabile degli ammanchi in Curia e che poi si è trasformato in un teste d’accusa nei confronti di Miccichè.

Nell’ottobre del 2017 scoppia però un altro scandalo. I soldi destinati ai bambini autistici e ai piccoli malati oncologici sarebbero finiti in un attico di 210 metri quadri con depandance al centro di Roma. Ottocentomila euro, sottratti ad un ente morale, la Fondazione Campanile, una delle più importanti realtà socio-assistenziali della Sicilia, e utilizzati a fini privati dall’ormai ex vescovo di Trapani monsignor Francesco Micciché, sollevato dal suo incarico nel 2012 da papa Benedetto XVI all’esplodere dello scandalo per un ammanco milionario dai conti della Diocesi. Cinque anni dopo, dall’inchiesta ancora aperta alla Procura di Trapani che vede l’alto prelato indagato per appropriazione indebita e malversazione per la distrazione dei fondi dell’8 per mille, continuano a venire fuori sorprese. Come questo attico al quarto piano di un antico palazzo nobiliare al numero 50 di via San Nicola di Tolentino alle spalle di piazza Barberini. Cinque finestre su un unico balcone in uno stabile di pregio che ospita anche un paio di residence di lusso e un’accademia di moda.

 

"Attico pagato coi soldi per i bimbi malati". Nuove accuse al vescovo degli scandali

L’attico dietro piazza Barberini a Roma

Acquistato nel 2008 dal vescovo di Trapani – come scrive Repubblica – ad un prezzo decisamente sottostimato per i prezzi del centro di Roma: 760.000 euro più 30.000 di spese notarili, per di più dichiarandone l’utilizzo ai fini di culto (dunque equiparato ad una chiesa) per non pagare l’imposta di registro, l’appartamento è stato intestato alla Curia di Trapani. Come ha confermato ai pm monsignor Alessandro Plotti, inviato dal Vaticano come amministratore apostolico a Trapani dopo la rimozione di Micciché. Quello dell’alto prelato (scomparso da qualche anno) è un durissimo atto d’accusa: “Io ho rilevato l’anomalia dell’acquisto di una casa privata intestata alla diocesi con soldi che avrebbero dovuto essere destinati alla cura dei bambini e alle finalità della Fondazione Campanile. Non è accettabile che siano stati buttati via 500.000 euro per l’acquisto di una casa privata a Roma in pieno centro storico sottraendo quella somma alla possibilità di destinarli alla cura di bambini con problemi psichici“.

Monsignor Plotti parla ai pm di 500.000 euro perché la casa risulta essere stata pagata con cinque assegni da 100.000 girati dal conto della fondazione Auxilium (che aveva incorporato la Campanile) e 300.000 euro in contanti. Quando Plotti aveva chiesto conto a Micciché di quale fosse la provenienza di quella somma così grossa in contanti, raccontano che il vescovo gli avrebbe risposto con un sorrisetto ironico: “Li ho trovati nel cassetto”.

L’ipotesi dei pm è che l’acquisto dell’appartamento rientrasse tra quegli “investimenti” (altri appartamenti a Palermo, ma anche titoli su conti esteri e polizze assicurative) che Micciché avrebbe realizzato sottraendo quasi tre milioni di euro alla Diocesi, dai fondi dell’8 per mille a quelli della Fondazione Campanile. Con una astuta operazione tecnico-finanziaria: la fusione per incorporazione della Fondazione istituita nel 1968 da monsignor Antonio Campanile, che l’aveva destinata ai bambini con gravi patologie, nella Fondazione Auxiluim della quale il vescovo presidente aveva nominato amministratore il cognato Teodoro Canepa. A quel punto prelevare dal conto 500.000 euro per pagare parte della casa a Roma sarebbe stato un gioco da ragazzi. Ma non sarebbe stata l’unica operazione di quel genere. È ancora l’amministratore apostolico Plotti a dire ai pm: “Ho rilevato una serie di operazioni sfavorevoli alla Diocesi, di scarsa comprensibilità, quali le cessioni in comodato gratuito di immobili reimpiegati in strutture alberghiere. Devo dire che ho rilevato una gestione personalistica della Diocesi di Trapani che ho trovato in stato di grave dissesto economico con una totale spoliazione dei suoi beni”.

Parole durissime in linea con le conclusioni dell’ispezione affidata dal Vaticano a monsignor Mogavero. Davanti alle quali Micciché ha reagito con un attacco senza precedenti. In una lettera inviata all’ex procuratore Marcello Viola, scrive: “Ho scoperto la pericolosità di una mafia ecclesiastica non meno potente, insidiosa e nefasta della mafia che il sistema giudiziario in Italia è impegnato a contrastare”. In attesa della conclusione dell’inchiesta (finora priva della risposta dello Ior alle richieste dei pm), Micciché, mai sospeso a divinis, vive a Roma e dice messa alla Confraternita dei siciliani.