GIUSEPPE RAMIRES RICORDA UBALDO SMERIGLIO: IL CORAGGIO E L’UMILTA’ IN QUEI LUNGHI SILENZI

8 Dicembre 2019 Culture
di Giuseppe Ramires - Una bella mattina di marzo del 1992 ricevetti una telefonata. Era Francesco Salvo, il proprietario ed editore dell'emittente televisiva “Teletime”, che allora aveva sede in Piazza Juvara, proprio di fronte a casa mia. Mi veniva offerta la direzione del telegiornale. Per me, che avevo da poco perso il lavoro e vivevo con un dottorato di ricerca, due figli e moglie, e mutuo da pagare, fu un manna dal cielo. Anzi, fu molto di più. All'appuntamento trovai, insieme a Salvo, l'imprenditore Salvatore Siracusano, che aveva rilevato una parte della proprietà e intendeva rilanciare il palinsesto giornalistico dell'emittente. Siracusano mi presentò quella che, se avessi accettato, sarebbe diventata la mia redazione. C'era un gruppo di ragazzi – non che io fossi così anziano, avevo 32 anni – e tra questi c'era anche Ubaldo Smeriglio.
Aveva poco più di 24 anni. Partimmo col primo telegiornale dopo pochi giorni, alla guascona, ma l'intesa fu immediata e il telegiornale si guadagnò in poche settimane la fiducia degli editori e l'attenzione degli spettatori. Ubaldo all'inizio era tra i meno intraprendenti, Antonio Siracusano e Rosi Nicolò sembravano un passo davanti a lui. Ubaldo si faceva leggere i pezzi e stava lì, davanti a me, in silenzio. Si prendeva le correzioni e anche i rimproveri senza dire una parola. Anzi diceva “va bene”, come un bambino buono. Eppure, in quel silenzio, in quella apparente rassegnazione, in quel rispetto, vi erano già tutte le migliori qualità che dovrebbe avere un giornalista, che dovrebbe avere un uomo: l'umiltà, il coraggio, la generosità, l'onestà. Qualità che in Ubaldo crebbero giorno dopo giorno, in quel periodo di apprendistato, che ho avuto il privilegio di seguire come direttore. Caro Ubaldo, amico mio, fratello minore, avresti meritato un maestro migliore, qualcuno capace di difenderti e di aiutarti quando – dopo gli allori e i successi - sarebbe passata l'onda di piena. Abbiamo fondato insieme “l'isola”, con Antonio Siracusano, Antonio Papalia, Benny Bonaffini, Caterina Papalia.
Da sx Papalia, Siracusano, Smeriglio e Bonaffini.
Tu sei stato l'anima di quel giornale, direi Tu e Antonio insieme, Tu nella cronaca, Antonio nella politica. Tu sei stato il principale cronista della tangentopoli messinese, quando sembrava che il mondo sarebbe cambiato, quando credevamo nella giustizia e nella verità, quando Messina era l'ombelico sporco del mondo e noi stavamo lì, nella nostra affumicata redazione, impavidi, incorruttibili, invincibili, disposti anche a morire pur di raccontare come stavano le cose, com'era stato possibile che una città così potenzialmente ricca fosse diventata un povero covo di clienti asserviti e in rovina.
Nella foto il primo articolo di Ubaldo scritto per il settimanale 'l'isola'.
Il poeta dice che “muore giovane chi è caro agli dei”, io ci credo sempre meno, però voglio sperare che da qualche parte, nei campi elisi dove Tu ora sei, stai di già preparando il menabò, e sei pronto col tuo taccuino per uscire e raccogliere le ultime notizie. Le tue mani non tremeranno più.

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