Catenovirus 4: “Weekend con il morto” di Max Passalacqua

17 Aprile 2020 Senza categoria

Di Massimiliano Passalacqua – Vigliacchi. Tutti contro Cateno siete, ora. Dal Governo che vuole deporlo con un’operazione sotto copertura ordita dalla CIA (ormai giochiamo a chi la spara più grossa, no? Tanto vince sempre lui…), al Prefetto che si trova la mail invasa da proteste, richieste di intervento, raccolte di firme e sta iniziando a capire che rischia il posto se non si dà da fare per arginare il sinnico, fino all’arcivescovo che se l’è presa per la Santa Pasqua a suon di… cazzi augurata dai megafoni (invito apprezzato, pare, da molte matrone messinesi e anche da qualche sacerdote).

 

E come se non bastasse, tolta Barbara D’Urso – e ti pareva! – i media nazionali e internazionali, persino il Guardian, hanno preso a sbeffeggiarlo e trattarlo come un guitto da quattro soldi, uno che mostra i muscoli della Municipale ai danni di un cittadino solo in spiaggia ma si volta dall’altra parte per non vedere il corteo funebre del fratello di un boss con decine e decine di persone.

 

Addirittura i media locali che nell’euforia post-Accorinti hanno fatto finta di non capire chi avevano davanti e cosa stava combinando, che hanno spalleggiato le prime follie e le prime intemerate di questo Cetto Laqualunque de noantri per qualche contratto pubblicitario da fame, che si sono nascosti dietro i «sì, i modi sono sbagliati, ma la sostanza…», hanno iniziato forse a rendersi conto che la sostanza non c’era, non c’è mai stata, che è stato tutto teatro e di essere complici di un clamoroso abbaglio ai danni di tutti i messinesi. Quello di avere un sindaco.

 

Perché, in tutto questo bordello al centro del quale il reuccio di Fiumedinisi ha precipitato la nostra Messina, c’è una certezza: Cateno non è un sindaco. Altro che “Il sindaco lo sa fare”. Non c’è, nella gestione di questa emergenza da parte della sua Amministrazione, un solo atto da sindaco “vero”: ordinanze emesse sapendo che sono illegittime e difese a spada tratta contro l’evidenza inventando complotti che nemmeno le scie kimike, pose e toni beceri da fascistello in erba – o altra sostanza stupefacente – utilizzati solo contro i deboli e mai contro i forti, intere battaglie inventate come quella nei confronti dell’attraversamento dello Stretto, nemici immaginari da colpire (le buttane, la Renault 4) e amici reali da coprire (gli sciatori della Messina “bene”, gli interessi dei Franza nel traghettamento).

 

Altro che Animali fantastici e dove trovarli: se ci riuscite, trovate i droni che ci costeranno 450 euro a missione solo per inseguirci urlandoci dietro «Dove c…o vai?» (e pur non essendo autorizzati dal Governo) mentre il reuccio impazza, si fa portare nella natìa Fiumedinisi per prendere uova e lattughe da mammà o va personalmente a consegnare le uova di Pasqua nelle baracche creando assembramenti da film neorealista. I droni, capito? Roba da far impallidire NCIS.

 

Certo, parlare di NCIS a proposito della Polizia municipale deluchiana, inflessibile quando si tratta di sequestrare una cassetta di verdura a un ambulante ma impotente davanti alla sfilata del feretro di Rosario Sparacio con tanto di accompagnamento di auto e scooter, fa tanto ridere. Volendo cercare a tutti i costi un parallelo cinematografico, sarebbe piuttosto una commedia farsesca in stile Weekend con il morto, con il defunto che gira indisturbato per tutta la città come il Bernie del film campione di incassi dell’89. Ma se lì avevano messo gli occhiali da sole al morto perché nessuno si accorgesse della sua condizione, nel nostro caso è proprio Cateno a indossare le lenti da non vedente per definire il corteo funebre prima «inesistente», poi «presunto» e infine composto da appena una trentina di persone. Comunque meno di quelle che a Villaggio Aldisio si sono ammassate intorno a lui mentre consegnava uova di Pasqua nelle baracche, no?

 

Poi, però, arriva il patatrac: il nipote del defunto apprezza e ringrazia Cateno sui social. «Anche il sindaco ha dato ragione alla mia famiglia! Grazie Cateno De Luca hai le palle, non perché hai dato ragione ma perché sei coerente e onesto in tutto e per tutto!» le sue parole, che ovviamente fanno venire il mal di testa al Nostro. «Non voglio essere ringraziato dalla famiglia Sparacio per una vicenda che ho appreso dalla stampa e che oggi ho avuto modo di approfondire con l’ufficio di gabinetto del questore con particolari che non posso assolutamente svelare!» la spara grossa il sinnico nel tentativo di sviare l’attenzione. E ancora: «Io sono stato sempre lontano dagli ambienti mafiosi ed ho sempre combattuto ogni forma di mafia. Se avessi avuto contezza di questa vicenda avrei agito prontamente come sono solito fare. La mafia mi ha sempre fatto schifo come ogni forma di sopruso!».

 

Non c’è alcun dubbio che a Cateno la mafia – a parte il copyright da riconoscere a Totò Cuffaro, uno che mi pare se ne intendesse – faccia schifo: non foss’altro, per i guai che gli ha causato. Un aspetto poco noto della vicenda del cosiddetto “sacco di Fiumedinisi”, per la quale De Luca fu arrestato il 27 giugno del 2011 e accusato dei reati di tentata concussione e falso in atto pubblico, è infatti la causa della sospensione da deputato regionale e da sindaco di Fiumedinisi secondo la sua pagina sul sito ufficiale dell’Ars, «ai sensi dell’art. 15, comma 4 bis, della legge 19 marzo 1990, n. 55 e successive modificazioni». Articolo che, alla lettera c), recita: «Sono sospesi dalle cariche di presidente della giunta regionale, assessore e consigliere regionale, presidente della giunta provinciale, sindaco, assessore e consigliere provinciale e comunale… coloro nei cui confronti l’autorità giudiziaria ha applicato, con provvedimento non definitivo, una misura di prevenzione in quanto indiziati di appartenere ad una delle associazioni di cui all’articolo 1 della legge 31 maggio 1965, n. 575, come sostituito dall’articolo 13 della legge 13 settembre 1982, n. 646». 

 

Quest’ultima è la legge che introduce nel codice penale il cosiddetto “416 bis”, vale a dire il reato di associazione mafiosa, e si applica appunto «agli indiziati di appartenere ad associazioni di tipo mafioso, alla camorra o ad altre associazioni, comunque localmente denominate, che perseguono finalità o agiscono con metodi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso». Per questo motivo Cateno fu arrestato e rimase fino al 10 luglio ai domiciliari, poi tramutati in divieto di dimora a Fiumedinisi dove nel frattempo si era dimesso da sindaco. Per effetto della cessazione degli arresti, De Luca era quindi tornato consigliere regionale; carica che avrebbe mantenuto per un altro anno, fino alle dimissioni presentate nel 2012 per candidarsi a sindaco di Santa Teresa di Riva.

 

La Procura pensava che la gestione del “Contratto di Quartiere 2”, monopolizzato da Cateno con le sue aziende “Mabel” e “Dioniso” titolari di quasi tutti gli interventi da finanziare (e per consentire i quali il Nostro aveva fatto approvare dalla sua Giunta, senza nemmeno astenersi, persino false valutazioni di impatto ambientale della Regione), fosse una gestione mafiosa. Poi, certo, in Tribunale è venuto fuori che se, a parte tutto il resto, minacci i proprietari di un terreno di espropriarglielo se non te lo vendono, e al loro rifiuto mandi un camion a scaricare sterro davanti all’ingresso impedendo loro persino di entrare, non solo non c’è niente di mafioso ma non è nemmeno tentata concussione.

 

Sì, perché dal 2012 (quindi dopo i fatti contestati) esiste il reato di «induzione indebita a dare o promettere utilità», una specie di concussione light nella quale, invece della minaccia, c’è la lusinga, l’inganno o la promessa di un vantaggio più o meno lecito. Reato meno grave e che quindi si prescrive in un tempo minore. Soprattutto se per ottenere sospensioni e dilazioni del processo ti inventi di tutto, da migliaia di ricorsi contro il collegio giudicante fino alla revoca dell’incarico al tuo avvocato per un solo giorno, in modo da poter chiedere i termini a difesa.

 

Al di là della prescrizione, comunque, a Cateno la mafia ha portato solo fastidi. Ultimo in ordine di tempo questo del corteo funebre in barba al Coronavirus: dopo la pallida difesa d’ufficio del direttore generale-segretario generale (carica che in campagna elettorale doveva essere cancellata con ignominia, ricordate?) indagano la Squadra Mobile e la Digos, incaricate dalla Procura. Se c’è un giudice a Berlino, scopriremo – al di là del fatto se al Comune fosse pervenuta o meno una comunicazione, cosa che mi pare del tutto irrilevante di fronte alla “cecità selettiva” mostrata DURANTE il corteo – chi ha sbagliato, chi non ha vigilato, chi non ha mandato i droni a dire dal megafono «Dove c…o vai?» ai membri della famiglia Sparacio. Io un’idea ce l’ho, ma sono sicuro che ve la siate fatta pure voi.

 

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