Emergenza Coronavirus. A Barcellona torna a casa il mafioso Angelo Porcino

28 Aprile 2020 Inchieste/Giudiziaria

E’ stato scarcerato e va ai domiciliari Angelo Porcino, 63 anni, boss di primo piano del clan di Barcellona, già al 41 bis, detenuto nel carcere di Voghera (lo stesso dove era detenuto il calabrese Antonio Ribecco, ritenuto capo promotore di un’associazione mafiosa operante in terra umbra, ammalatosi in carcere di covid-19 e deceduto a Milano nel nosocomio “San Carlo”). Porcino, difeso dall'avvocato Tino Celi, ha ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute dal tribunale di Sorveglianza di Milano grazie alle norme speciali adottate dal governo per combattere l’epidemia di coronavirus, cioè grazie al decreto Cura Italia.

Il nome di Porcino compare nelle varie operazioni Gotha e di recente è stato coinvolto nel blitz "Dinastia", dello scorso febbraio. Subito dopo i giudici messinesi gli avevano concesso i domiciliari ma era rimasto in carcere per l'operazione Gotha VII.

Angelo Porcino, ricordiamolo, venne anche indagato dalla procura di Viterbo che lo iscrisse nel registro degli indagati per l’omicidio del medico vittima di mafia Attilio Manca, assieme ad alcuni barcellonesi amici d’infanzia di Attilio Manca: Ugo Manca, Lorenzo Mondello, Andrea Pirri e Salvatore Fugazzotto. Per i cinque barcellonesi era poi sopraggiunta l’archiviazione.

Gli ultimi giorni di Attilio Manca.

Attilio Manca una decina di giorni prima di morire aveva chiesto informazioni ai propri genitori circa un personaggio barcellonese a nome Angelo Porcino. Era stato il cugino Ugo Manca a preannunciargli una visita di Porcino a Viterbo per un non meglio precisato consulto. La stranezza della richiesta consisteva nel fatto che quell’Angelo Porcino, più che ai genitori di Attilio Manca, persone del tutto ignare delle dinamiche sotterranee della società barcellonese, era noto alle cronache giudiziarie come mafioso, con legami coi soggetti di vertice della famiglia barcellonese di cosa nostra, quali Giuseppe Gullotti, condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Rosario Pio Cattafi. Riscontro oggettivo a quell’evenienza, peraltro, risulta dai dati di traffico telefonico, giacché proprio dieci giorni prima di morire effettivamente Attilio Manca aveva ricevuto delle telefonate dal cugino Ugo. Dagli stessi dati, peraltro, risulta che i due, Ugo Manca e Angelo Porcino, avevano una rete di contatti comuni con utenze site in Svizzera e in Francia e risulta anche, come era stato riferito fin dall’immediatezza agli inquirenti da Gianluca Manca, fratello della vittima, che nella mattina successiva al ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, Ugo Manca, precipitatosi a Viterbo, si era mantenuto in costante contatto telefonico con Angelo Porcino, aggiornando quest’ultimo sulle informazioni che riusciva a raccogliere al riguardo della morte di Attilio Manca.

 

COS'E' IL DECRETO CURA ITALIA.

Nel decreto Cura Italia l’esecutivo ha stabilito che per diminuire l’affollamento dei penitenziari i detenuti condannati per reati di minore gravità, e con meno di 18 mesi da scontare, potevano farlo agli arresti domiciliari. Una norma, dunque, che escludeva i mafiosi. Il 21 marzo del 2020, però, il Dipartimento amministrazione penitenziaria ha inviato una circolare per chiedere alle varie carceri di stilare una lista dei detenuti over 70 e con alcune patologie e di fornirla “con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza”. Che determinazioni? Quella nota ha mandato fibrillazione gli ambienti giudiziari legati alla gestione carceraria. Il motivo? Non fa distinzione fra i detenuti, e quindi include in quegli elenchi di ultrasettantenni anche i circa 75o carcerati in regime di 41 bis e le migliaia che invece stanno nei reparti ad Alta sicurezza. Cioè il carcere duro dove sono reclusi boss mafiosi e stragisti.

La precisazione del Dap e i boss che sperano.

Quella circolare inviata il 21 marzo era, precisa il DAP, “un semplice monitoraggio con informazioni per i magistrati sul numero di detenuti in determinate condizioni di salute e di età, comprensive delle eventuali relazioni inerenti la pericolosità dei soggetti, che non ha, né mai potrebbe avere, alcun automatismo in termini di scarcerazioni”. Insomma, il Dap ci tiene a specificare che gli arresti casalinghi per i boss mafiosi sono scelte che spettano solo ai magistrati. È dopo quella lettera, però, che nei penitenziari di tutta Italia i detenuti hanno cominciato a chiedere relazioni sanitarie che attestassero il proprio stato di salute. Atti che sono finiti poi sul tavolo di un giudice di Sorveglianza. E adesso ambiscono alla scarcerazione tanti mafiosi di rango come Leoluca Bagarella e Nitto Santapaola, l’inventore della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, il capostipite di ‘ndrangheta Umberto Bellocco. Hanno tutti più di 70 anni e sono affetti da alcune patologia: sono quindi stati tutti inclusi negli elenchi che i penitenziari hanno fornito “con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza”, come aveva ordinato il Dap. Adesso sperano di uscire finalmente di galera: non grazie a leggi speciali ma sfruttando comunque la situazione d’emergenza. Un altro virus più potente e letale del Covid-19.

Numerosi magistrati hanno lanciato un vero e proprio allarme sul rischio rappresentato dalla scarcerazione dei boss di mafia.
L'ultimo è stato Sebastiano Ardita, componente del Consiglio superiore della magistratura che in passato ha lavorato proprio al Dap. Non solo ha ricollegato le scarcerazioni agli scontri nelle carceri dei primi di marzo, ma ha anche evidenziato come attualmente vi sia uno sbilanciamento nel "rapporto tra prevenzione penitenziaria e diritti individuali fino a far ritenere prevalente un rischio indimostrato per la salute individuale rispetto ad un danno certo per la prevenzione antimafia derivante dalla uscita di boss".

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