Omicidio Caccia, la Cassazione: ”Schirripa era al corrente di tutto”

10 Giugno 2020 Inchieste/Giudiziaria

”L’omicidio di Bruno Caccia è qualificabile come ‘delitto di criminalità organizzata”’. A scriverlo, nero su bianco, sono i giudici della prima sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 19 febbraio hanno confermato la condanna all’ergastolo per Rocco Schirripa, accusato di aver fatto parte del commando che il 26 giugno del 1983 uccise il procuratore di Torino Bruno Caccia. Poco dopo il delitto furono recapitate due rivendicazioni delle Brigate Rosse risultate poi false. Le indagini esclusero infatti la matrice terroristica e si indirizzarono sulla pista della criminalità organizzata: nel 1992 come mandante dell’omicidio è stato condannato il boss di ‘ndrangheta Domenico Belfiore. “Con riguardo alla premeditazione – scrivono i giudici – la corte di merito ha correttamente messo in risalto come Schirripa fosse stato informato del proposito omicidiario” e in ogni caso “alla luce delle conversazioni intercettate era al corrente di tutto e della stessa fase di preparazione e di esecuzione con la conseguenza che v’erano tutti i presupposti di comunicabilità del’aggravante”. ”Quanto ai rapporti tra Schirripa e il contesto ‘ndranghetistico di area torinese – si legge tra le pagine della motivazione di sentenza – ha chiarito la Corte d’Assise d’Appello, si era ampiamente acquisita la prova dell’esistenza di un fermo legame. In primo luogo si era conosciuta la partecipazione di Schirripa a un summit per la gestione di una sala gioco al circolo Abba. In secondo luogo era stata accertata la sua appartenenza mafiosa dal 2007, con la carica di tre quartino (…). Ad attestare la risalenza dei collegamenti con la ‘ndrangheta delocalizzata ricorreva anche un fatto di rapina del 1986. A quel delitto – scrivono ancora i giudici di piazza Cavour – ricostruito attraverso l’apporto dichiarativo di Vincenzo Pavia, fu imposta da Belfiore la partecipazione di Schirripa che, a sua volta, aveva portato con sé Rocco Piscioneri”. Per la Corte di Cassazione tra i moventi dell’omicidio di Caccia – freddato a 65 anni mentre portava a spasso il cane – c’è “l’azione di antagonismo giudiziario” che il procuratore capo di Torino, 37 anni fa, stava conducendo “verso l’espansione calabrese illecita nell’area piemontese e torinese”, anche nei casinò. Comunque, ritengono gli ‘ermellini’ che “per la partecipazione a un delitto non serve, in contesti siffatti, un movente personale, specie se si considera che la vicinanza tra Schirripa e Belfiore era un elemento inconfutabile”. Fonte: antimafiaduemila.com

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