21 Luglio 2021 Giudiziaria

Inchiesta Provinciale, chiusura indagini. 34 avvisi di garanzia

Dopo la retata dello scorso 9 aprile, sfociata in 31 arresti, l’inchiesta “Provinciale”, incentrata sul dominio del boss Giovanni Lo Duca nel quartiere di Provinciale, adesso toccata la tappa della chiusura delle indagini preliminari. L’ufficio inquirente guidato dal procuratore Maurizio De Lucia ha infatti portato a termine il suo lavoro e notificato 34 avvisi di garanzia. A firmare l’atto il procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e i sostituti della Direzione distrettuale antimafia Liliana Todaro, Federica Rende e Roberto Conte. Destinatari Mario Alibrandi, Emmanuele Balsamo, Carlo Cafarella, Antonia Cariolo, Ugo Ciampi, Letterio Cuscinà, Tyron De Francesco, Gabriella De Luca, Giovanni De Luca, Rossella De Luca, Giuseppe Esposito, Vincenzo Gangemi, Serena Ieni, Emanuela Laganà, Graziella La Maestra, Anna Lo Duca, Giovanni Lo Duca, Giuseppe Marra, Domenico Mazzitello, Mahamed Naji, Mario Orlando, Ernesto Paone, Francesco Puleo, Maria Puleo, Domenico Romano, Antonio Scavuzzo, Kevin Schepis, Antonino Soffli, Francesco Sollima, Salvatore Sparacio, Antonino Summa, l’ex consigliere provinciale Natalino Summa, Giuseppe Surace e Giovanni Tortorella.

Tre le attività di indagine racchiuse nell’ordinanza del gip (quella del Nucleo investigativo dei carabinieri relativa a Lo Duca, quella del Gico della Guardia di finanza su Sparacio e un’altra della Squadra mobile col fiato sul collo di Giovanni De Luca) che hanno fatto emergere estorsioni, scommesse illegali, traffico di droga, condite da intimidazioni, violenze, pestaggi e spedizioni punitive. Tutto doveva essere sottoposto al boss, dai “permessi” a delinquere alle controversie più estreme: una donna della zona, in un caso, si rivolse a lui per far sì che un pregiudicato “liberasse” il figlio minorenne, di fatto sequestrato per via di alcune offese pubblicate su Facebook.

Francesco Puleo e Vincenzo Gangemi, poi, individuati quali uomini di fiducia di Lo Duca, dediti al recupero crediti, Maria Puleo si occupava del sostentamento agli affiliati in carcere, Anna Lo Duca, sorella di Giovanni metteva a disposizione un bar anche raccogliere le scommesse sportive online (manco a dirlo illecite). Immancabile il marchio di fabbrica del traffico di droga, esteso su Fondo Fucile e Mangialupi: partiva da Reggio Calabria e veniva smerciato in riva allo Stretto con l’appoggio di Giovanni De Luca, con cui era stato stipulato una sorta di patto. Dei trasporti si occupavano Puleo ed Ernesto Paone, con l’aiuto di Giuseppe Marra e Mohamed Nanji; Emanuele Laganà era il referente calabrese, dello spaccio vero e proprio incaricati Gangemi, Tyron De Francesco, Domenico Romano, Giuseppe Surace e Mario Orlando.

Oltre alla droga gestita “in società” con Lo Duca, Giovanni De Luca estendeva il suo raggio d’azione su Maregrosso. Il taglieggiamento ai danni dei locali notturni era un business irrinunciabile (come già svelato dalla precedente operazione “Flower”): in prima linea Domenico Mazzitello, mentre a Kevin Schepis (con l’aiuto di Giuseppe Esposito) toccava aggredire i clienti dei locali. Rendendo di fatto una necessità la “protezione” del clan. Una novità della chiusura indagini è la cristallizzazione del Tribunale del riesame dell’esistenza di un’associazione mafiosa a se stante, oltre a quella retta da Lo Duca. È quella riconducibile a Salvatore Sparacio, e formata pure da Mario Alibrandi e Antonio Scavuzzo. A tali conclusioni era già giunta la Procura, ma il gip Maria Militello era stato di diverso avviso. In seguito al ricorso dell’organo inquirente, il Tdl ha riconosciuto questo altro gruppo criminale.

RASSEGNAWEB: Riccardo D’Andrea da Gazzetta del Sud